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Il Delta del Po come set cinemaografico.

 

 

Un film che fotografa i paesaggi metafisici del Delta popolato da personaggi non così lontani dalla realtà.

 

 

 

"Paisà" regia di Roberto Rossellini (1946)

 E’ un film in sei episodi che descrivono alcuni aspetti della vita in Italia durante la liberazione alleata: dalla Sicilia al Delta Padano. Nell’ultimo episodio vediamo che alla foce del Po, partigiani ed ex prigionieri americani vivono alla macchia, combattendo duramente contro i tedeschi che risalgono il fiume su pesanti barche armate. Gli abitanti della zona li aiutano. Una famiglia viene trucidata. I tedeschi sono numerosi e hanno molte armi e riescono a fare prigionieri gli americani, per i quali vige la legge della guerra, che vengono avviati verso un campo di prigionia; i partigiani vengono uccisi : all’alba, vengono messi in fila sul barcone a mani legate e con una pietra legata ai piedi e ad uno ad uno vengono gettati nel fiume.

 

Curiosità sul set: Per l’ambientazione dell’episodio Rossellini ha scelto la foce del Po , con i suoi canneti, il grande ramo del fiume, e i numerosi canali che si intersecano e sviluppano in una vasta palude. Valendosi della fotografia omogenea e cruda , grigia e uniforme di Otello Martelli, Rossellini ha saputo cogliere questo paesaggio in un rapporto di perfetta aderenza con l’incombente tragedia.


 

 

   

“La donna del fiume” regia di Mario Soldati (1955)

 

Protagonista e’ Nives ,una ragazza che lavora alla marinatura delle anguille nelle Valli di Comacchio. Durante una festa da ballo Gino,un contrabbandiere, la corteggia e la conquista; ma presto la lascia da sola col loro figlio.

Nives, per vendicarsi di Gino, lo denuncia e lo fa arrestare; si trasferisce poi a La Pila, per lavorare alla raccolta delle canne palustri. Durante la sua assenza Tonino, il loro bambino, scappa all’attenzione della badante e muore annegato. Durante il suo funerale Gino si costituisce e promette a Nives di sposarla al suo ritorno.

 

Curiosità sul set: L’idea di ambientare la pellicola in quei luoghi nasce dai documentari “Uomini della palude” e “Tre canne e un soldo” di Florestano Vancini, che furono visti da un collaboratore del produttore Carlo Ponti. Lo stesso Vancini lo ritroviamo ne “La donna del fiume” come aiuto-regista e collaboratore alla sceneggiatura, il film doveva lanciare la giovane attrice Sophia Loren.

 

 

 

“Il grido” regia di Michelangelo Antonioni (1957)

Racconta la storia di Aldo, un operaio del Polesine che viene abbandonato da Irma, la donna di cui era innamorato, con la quale ha vissuto alcuni anni e da cui ha avuto una figlia, Rosina. Irma lo abbandona perché innamorata di un altro e questo avviene nel momento in cui Aldo intende sposarla. Lasciato il paese con la bambina, Aldo vaga per la pianura padana e nel suo girovagare incontra un suo vecchio amore, Elvia. Lasciata la donna perché capisce di non poter dare un’altra madre a Rosina e rimandata la bambina dalla madre, Aldo cade sempre più nella depressione e a nulla vale un altro incontro amoroso: quello con Andreina. Un giorno Aldo ritorna al suo paese, rivede da una finestra Irma che ha cura di un nuovo figlio, nato da poco. Capisce che ormai non riuscirà più a riconquistarla e disperato si lascia cadere dalla torre dello zuccherificio.

Curiosità sul set: Il film inizialmente doveva essere girato nelle zone di Pontelagoscuro, Occhiobello, Cà Venier, alla Pila, a Punta Maistra e a Ravenna. Ma la rotta del Po, nell’inverno 1956, proprio alla Pila e a Cà Venier, fece operare dei tagli sulla sceneggiatura e la modifica dei luoghi delle riprese. Per cui si optò per quattro soluzioni: Francolino, periferia di Ferrara, Ravalle e Cavo Napoleonico (presso Bondeno).

   “Un ettaro di cielo” regia di Aglauco Casadio (1958)

In un paesetto sperduto tra acquitrini e paludi, si tiene ogni anno una fiera che richiama un buon numero di venditori, imbonitori e ciarlatani. Arriva tra gli altri Severino Balestra , un “rappresentante” che campa vendendo i prodotti più disparati. Severino è un giovane dall’animo aperto, dai modi cordiali, dotato di una fervida fantasia che gli suggerisce le invenzioni più assurde. Così una sera racconta a un gruppo di vecchietti ingenui e semplici, amici suoi, che a Roma si stanno vendendo, a lotti, appezzamenti di cielo. Per Severino la cosa non ha importanza: è una fantasia come tante altre; ma i vecchietti la prendono sul serio e decidono di acquistare un ettaro di cielo, per mezzo di Severino, cui versano una modesta somma. Intanto il fantasioso narratore rivede in paese Marina, che s’è fatta una bella ragazza, se ne innamora ed ella finisce con l’accettare le sue premure. I vecchietti, ormai padroni di un ettaro di cielo, non vedono l’ora di prenderne possesso e per affrettare quest’ora decidono di morire. Saliti su un barcone, si portano al largo, provano ad immergersi in acqua, ma toccano il fondo; in compenso trovano molte anguille, che permettono di soddisfare il loro appetito insoddisfatto . Dopo di che si concedono un sonnellino nella stessa barca, la quale, lasciata senza guida, s’allontana facendo acqua e minaccia di naufragare. Per fortuna Garibaldi, custode delle acque demaniali, rintraccia i vecchietti e li salva dal naufragio. Severino ,involontariamente causa di tutti i guai, ha perduto momentaneamente il buon umore; ma il giorno dopo, ricevuto il perdono dagli amici, riacquista la solita serenità, mentre lascia il paesetto con Marina, sua promessa sposa. 

 

 

 

“I fuorilegge del matrimonio” regia di Valentino Orsini, Paolo e Vittorio Traviani (1963)


Un uomo ammogliato, Vasco Timballo, torna al suo paese dopo una lunga assenza (travolto dalla guerra e poi dalla prigionia) e non trova la moglie. La crede morta e per questo cerca di ricostruirsi una famiglia con una giovane donna. Ma la moglie non è morta e, dopo lunghe ricerche, Vasco viene a sapere che è diventata monaca. Cercherà di ottenere l’annullamento del matrimonio ma, dato il precedente vincolo matrimoniale, incapperà in un intrico insormontabile di procedure tanto che non potrà venire a capo di nulla: resterà il marito di una monaca.

 

Curiosità sul set: Questo è il quinto ed ultimo episodio del film. Sin dalle prime immagini Comacchio è ben caratterizzata , nella casa del protagonista troviamo un enorme cestone di anguille. Un’inquadratura è costituta da un’immagine confusa di teste, occhi, code di anguille che sguazzano, si accavallano, squittiscono. Poi l’azione prosegue con immagini del paese con i suoi canali e i suoi portici.

 

 

“L’Agnese va a morire” regia di Giuliano Montaldo (1976)

Agnese, lavandaia della bassa Emilia, vive silenziosamente accanto a Palita. Quando i Tedeschi le portano via il marito, che morirà sotto un bombardamento nel corso del trasferimento verso la Germania, Agnese decide di arruolarsi come partigiana. Raggiunge un gruppo partigiano e ne diviene nel contempo la vivandiera e la "mamma". Per quanto analfabeta, Mamma Agnese dimostra equilibrio e molto buon senso. Così, poco alla volta, i compagni le affidano compiti organizzativi importanti e le danno donne-staffette. Quando, nell'ultimo duro inverno, un gruppo di partigiani viene tradito e sterminato da Tedeschi appostati lungo il percorso che dovrebbe portarli oltre le linee, Agnese disobbedisce al Capo nascondendo in casa i superstiti; rischia l'espulsione ma viene reintegrata. Mentre si avvia verso il luogo di una missione, incappa in un posto di blocco. Un ufficiale, compagno di quello ucciso dalla partigiana, la riconosce e la uccide immediatamente sul posto.

Curiosità sul set: La vicenda personale della protagonista rispecchia quella di tante altre come lei, di un’intera comunità contadina e proprio per questo Agnese è la protagonista di un dramma che è sostanzialmente corale. Gli esterni sono stati realizzati a Lugo di Romgna, Alfonsine, Sant’ Alberto, alcune zone dell’argentano e le valli di Comacchio, precisamente a Valle Foce che è stata prosciugata per costruirvi una piccola caserma, destinata ad essere allagata e ciò per restituire alla valle l’aspetto originario. 

 

“La casa dalle finestre che ridono” regia di Pupi Avati (1976)

Il protagonista del film è un pittore naif che muore suicida in un paese del ferrarese dopo aver dipinto un affresco terribile, rappresentante il martirio di San Sebastiano tra due figure ghignanti. Gli interessati allo sviluppo turistico della località, considerando l’opera di Bruno Legnani un’attrazione, decidono il restauro dell’affresco e fanno venire il concittadino Stefano, pittore mancato. Il giovane viene perseguitato da fatti strani e inquietanti , mentre l’amico Mazza, prima di scomparire in un finto suicidio, gli rivela una storia fantastica della quale non riesce a dargli i particolari. Prima di scoprire la verità e rischiare la propria vita, il restauratore assiste alla morte del sagrestano Livio, del tassinaro beone Coppola, dell’amante Francesca, una maestra.

Curiosità sul set:  Al centro della vicenda è una vecchia villa liberty ancora esistente del comacchiese: Villa Bocaccini alla Collinara in San Giuseppe di Comacchio, che ospitò anche Gabriele D’annunzio prima della spedizione di Fiume. Notizie di cronaca ci informano che fu costruita ai primi del Novecento, su una precedente casa colonica settecentesca, e negli anni 20’ ogni stanza fu affrescata dal Pittore Medini con scene mitologiche tuttora integre anche se coperte da patina di polvere e umidità.

 

 

 “Le strelle nel fosso” regia di Pupi Avati (1978)

Il film è ambientato nel Settecento e racconta la storia di una famiglia di soli uomini, un po’ pescatori, un po’ contadini, che vivono in un casolare isolato; sono quattro figli maschi senza l’aiuto di una donna in quanto la mamma è morta. Una notte d’estate succede un fatto miracoloso: in casa loro entra una donna, Olimpia. Tra I cinque uomini e Olimpia nasce un profondo rapporto, un affetto misterioso. Decidono allora di sposarla tutti e cinque insieme attraverso un rito antico, contadino. Olimpia è felice e balla tutta la notte con loro; all’ alba se ne va, lasciando i cinque uomini addormentati.

Curiosità sul set: Ritroviamo il regista Pupi Avati nell’area ferrarese, a girare nelle valli di Volano e in parte a Minerbio una storia portata avanti dalle credenze popolari. Con un breve prologo di agreste lirismo sugli usi e costumi settecenteschi delle piccole comunità contadine , “le strelle nel fosso” introduce la singolare figura di un acchiappatopi che, oltre a offrire i suoi servigi di cascina in cascina, terminato il suo lavoro s’improvvisa narratore di antiche, enigmatiche storie. E così, canonicamente, comincia la favola: “C’era una volta, nello scorcio atemporale e astorico di un’Emilia apparentemente felice, una famiglia…”

 

 

 

“Aiutami a sognare” regia di Pupi Avati (1981)

Racconta la storia del sogno di una donna che si innamora, senza conoscerlo, del pilota di “Pippo”, un piccolo ricognitore americano che nel 1943 sorvolava ogni sera la campagna emiliana. Siamo nel periodo dello sfollamento e Francesca torna nella casa che aveva abitato in gioventù. Incontra I vecchi amici e con essi riforma la compagnia di un tempo. La presenza della guerra per questo piccolo gruppo di “privilegiati” è data dal ricognitore americano che per le sue continue incursion nella zona diventa per loro ormai familiare, e per Francesca un “sogno”. E il sogno di conoscere il pilota si verifica per Francesca quando una sera, per un’avaria al motore, “Pippo” è costretto a un atterraggio di fortuna. Francesca incontra il pilota lo nasconde per farlo sfuggire alla cattura e se ne innamora. Ma avrà una delusione.

Curiosità sul set: Il film prende lo spunto da un’esperienza vissuta dal regista nel 1943 .Quando aveva sei anni, con la sua famiglia sfollò da Bologna a Sasso Marconi . Infatti il film avrebbe dovuto essere girato a Sasso Marconi, invece lo ha ambientato in tre case della Bassa Padana (Villa Saracco a Ro, Villa Serafini al di là del Po e una “delizia” degli Estensi , Villa Giglioli , tra Serravalle e Mesola).

 

 

“La neve nel bicchiere” regia di Florestano Vancini (1984)

E' la cronaca delle vicende di una famiglia contadina della "bassa" ferrarese dal 1898 al 1927: tre decenni e tre generazioni di creature, per le quali la povertà, lo scarso cibo, le malattie, la dura fatica, i lutti procedono in una con il lento trascorrere del tempo. Capostipite è il vecchio Nullo, uomo onesto e lavoratore indefesso che morirà appoggiato alla sua falce tra le stoppie; dei figli suoi, è Venanzio a raccogliere il testimone, con il fratello Ligio (morirà appunto in guerra) e Medea, destinata anche lei a lavorare e a sfiorire, restando nubile; e poi la calda e solida Mariena, che dà a Venanzio due robusti ragazzi, oltre alla piccola Edvige, la quale perderà la sua innocente vita in un abbeveratoio sull'aia di casa. Dalla condizione piu' umile e dura - quella di "scarriolanti" – la famiglia passa, poco dopo l'inizio del nuovo secolo, alla ambita qualifica di mezzadro del parroco del lontano paese, per arrivare infine - sempre dopo difficoltà, lavoro e dolori - all'incerto approdo cittadino di una Bologna fine anni Venti. Tutto è raccontato dalla voce fuori campo di un nipote di nonno Venanzio, ormai cittadino, nel ricordo nostalgico della nonna, che un giorno gli preparò la neve nel bicchiere insaporita dal rosso del vino della "saba": ancora un piccolo rito contadino di una perduta condizione umana, dura, ma non infelice.

 

 

 

“Festa di laurea” regia di Pupi Avati (1985)

Vanni Porelli, un uomo non più giovane ma semplice, aiutato dal vecchio padre fornaio e dal figlio Nicola, ha messo su un piccola pasticceria nella campagna riminese. Inaspettatamente Vanni viene convocato da Gaia, una bella signora di città, la quale ha deciso di affidare a lui, il restauro della sua villa, che la guerra, gli sfollati ed i barboni di passaggio hanno ridotto in uno stato disastroso. Da prima Vanni dice di no, poi finisce con il cedere: la bella Signora vuole inaugurare la villa rinnovata con una grande festa per sua figlia Sandra, che deve laurearsi, una festa che ne ricordi un'altra, che tanti anni prima il brav'uomo aveva organizzato per la padrona. Aiutato dal suo impacciato candido figliolo e da due ragazzi, l'uomo si trova a combattere anche con ostacoli imprevedibili e bizzarri. Ma improvvisamente tutto va a rotoli: Sandra ha mentito, essa non si è per niente laureata; la pastasciutta (preparata dal vecchio fornaio) è pessima, l'orchestrina assai modesta, mentre un fastidioso avvocato cineamatore impazza nel fare un filmino della bella festa. Vanni vede crollare il suo castello di sogni e, nella sua dignità, rifiuta perfino il saldo dovutogli e, all'alba, se ne torna al freschissimo pane del suo forno per gustarne la fragranza, insieme a Nicola e a quei due simpatici "orfani", che lo hanno bravamente aiutato a far rifiorire, malgrado tutto, un meraviglioso, irripetibile momento.

 

 

“Notte Italiana “ regia di Carlo Mazzacurati (1987)

L'avvocato Otello Morsiani viene incaricato dal suo vecchio amico Checco di effettuare la valutazione di un latifondo nel Polesine, destinato a diventare un parco naturale. Nella zona venti anni prima si estraeva metano ed i calcoli sono più complessi nella parte di terreno sul quale ancora insistono i vecchi pozzi e le strutture estrattive. Otello ha modo di conoscere varie persone: l'anziano Italo, padre di Daria (una giovane donna madre di un bimbo), la simpatico padrona della locanda, un geometra del luogo e, soprattutto, Tornova, che con i suoi numerosi allevamenti di polli dà lavoro da tempo a tutti i residenti. L'avvocato scopre poco a poco tanti piccoli segreti e molte complicità,ma scopre anche fatti e misteri più gravi, che lo porteranno in aperto pericolo

Curiosità sul set: La storia del film è nata dalla lettura di un fatto di cronaca che ha ispirato l’intreccio di diverse situazioni e personaggi e che Mazzacurati ha voluto ambientare nel Delta del Po , un luogo a lui ben conosciuto, poiché gli piaceva l’idea “di raccontare uno sporco imbroglio di provincial immergendolo in una zona magica, avvolgente, dove si stenterebbe a credere che certe cose accadono”.

 

 

 

“I cammelli “regia di Giuseppe Bertolucci (1988)

Camillo, organizzatore di troupe per spettacoli di modesta qualità, ha messo sotto contratto Ferruccio Ferri, uno sprovveduto giovane che sa tutto sui cammelli. I due partono da Carpi con un cammello al seguito e, attraversando la Bassa padana, si dirigono a Milano, dove Ferruccio sosterrà la prova finale di un quiz televisivo. Alla fatidica serata però non vincerà: a suo dire i cammelli somali sono daltonici, mentre per l'emittente televisiva sono strabici. Presentato il suo ricorso, Ferruccio se ne torna a casa in treno e sul convoglio una sconosciuta - Anna - che viaggia con i genitori e il fidanzato, di cui vuol liberarsi, convince Ferruccio a fingere di essere non solo il suo amante, ma addirittura il padre del bambino che porta in grembo. Quando il treno si ferma nella stazione del paesello natìo di Ferruccio una piccola folla entusiasta lo acclama: Ferruccio ha vinto il ricorso, quei cammelli somali erano davvero daltonici e ora è ricco. Il treno riparte, ma dall'altra parte del binario è scesa Anna che con Ferruccio si allontana dalla folla.

Curiosità sul set: Alcune scene del film sono state realizzate nel Delta del Po. Nel mese di aprile, la troupe ha giratoo a Comacchio e nelle sue valli, allo scalo ferroviario di Codigoro della Gestione governativa Ferrovie Padane, a Mesola con scene anche nella piazza del Castello.

   

 

 

 

“Al di là delle Nuvole” regia di Michelangelo Antonioni (1995)

Prende l’avvio a Ferrara dove arriva un regista, pensando ad una storia da lui immaginata: quella tra un giovane tecnico, Silvano, con una graziosa insegnante, Carmen. I due si incontrano a Comacchio nella stessa pensione e si innamorano, ma non hanno rapporti. Si incontrano a Ferrara dopo tre anni e lei lo invita a casa: ancora una volta Silvano non riesce a concretizzare il suo desiderio. L’episodio ferrarese si conclude con il regista sulla spiaggia dei lidi di Comacchio da dove il racconto si trasferisce prima a Portofino, poi a Parigi e si conclude ad Aix en Provence.

 

Curiosità sul set: Realizzato da Michelangelo Antonioni con grande decisione e autonomia malgrado le sue condizioni di salute ( un ictus lo aveva colpito nel 1987 impedendogli l’uso della parola) avessero indotto la produzione ad affiancargli Wim Wenders. Il film è tratto dal libro di racconti, “Quel bowling sul Tevere”, scritto dallo stesso Antonioni.

   

“Bambola” regia di Bigas Luna (1996)

La storia ha inizio in una trattoria delle valli gestita da una famiglia composta da Mina, chiamata Bambola , dalla madre e dal fratello. E’ una trattoria frequentata soprattutto da camionisti. Quando la madre muore i due fratelli trasformano il ristorante in una pizzeria grazie all’aiuto di Ugo , bancario trentenne innamorato di Bambola, e gelosissimo. In una rissa all’acquapark Ugo viene ucciso da Settimio che finisce in carcere. Quando Bambola e Flavio, entrambi innamorati di lui, lo vanno a trovare in galera conoscono nel parlatorio Furio ,detenuto per violenza carnale che si accende di folle passione per lei.

 

 

Curiosità sul set: Una serie di vicende di violenza e di sesso (famosa la scena di Valeria Marini con l’anguilla) che hanno dell’insensato e rendono assurda tutta la storia. Ma la suggestione e la bellezza del paesaggio emergono anche in questo film in tutto il loro fascino.

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Un film meraviglioso nel Delta del Po. » Il Delta del Po come set cinemaografico.

Un film meraviglioso nel Delta del Po.



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